Conosco pochi testi di Armando Xhomo. Da ciò l’alea di fraintendimenti, o almeno dell’incompletezza critica. Ma se lo stile è l’uomo ( Buffon), la personalità dell’artista tradotta nella sua opera (Pareyson): ovvero il suo gusto, il preferire del codice odierno ciò che è congeniale al carattere, alla formazione culturale, allora la figura di Xhomo può in qualche modo configurarsi. Specie attraverso il dipinto che ha conseguito ultimamente il “Premio Italia”: un’opera così eloquente nella sua espressività, articolata in segni chiaramente rivelatori. Non è arduo dell’artista albanese rilevare la volitività, la versatilità, l’inquietezza ideativa ed esecutiva comprovata da ogni lavoro che conosco. La afferma il segno, spedito ed energico, con l’impostazione complessiva,
affidata a un linearismo acuto, pungente, tracciato a formare griglie e tralicci in cui la figura o l’episodio epicentrali sono racchiusi, avvolti, quasi coatti. Talora è una sorta di plafondscoperto che sembra incavernare il personaggio. La partitura spaziale è ridotta come la situazione pittorica vagheggiata richiede; per la legge della coerenza. Tutto converge perentoriamente verso il soggetto tematico, senza indugi o distrazioni descrittive. Ne emerge il timbro di un tematismo aspro, drammatico nell’accezione etimologica del termine ; come di un’azione scenica in atto o in attesa di svolgimento. Sappiamo del-l’attività teatrale di Xhomo (della sua esperienza e perizia scenografica) e il giudizio può risultare facile, scontato. Ma è la qualità stessa del lavoro pittorico che ce ne dà indizio, avviso immediato. Le immagini hanno abitudini, movenze, posture da personaggi teatrali: sottendono o attendono l’azione sullo sfondo scenico. Non qui una scenografia spiegata, varie-gata, bensì stringente, rigorosa; non un apparato distrattivo, se dicono qualcosa quei fondi cupi dove a tratti appena balugina qualche frusto lucore rossastro tra la griglia grafica contratta, arcuata, senza dispersioni decorative. Senza calligrafismi. In una forma asciutta e dinamica, volutamente sbrigativa, quasi per il bisogno di accentuare l’idea dell’azione, del vitalismo di fondo. Così anche nella profilatura delle figure, in specie femminili, dove l’accento batte tipologicamente sull’essenziale, senza orpelli accademici. Ed è proprio il dinamismo basilare, il moto implicito od espresso ciò che guida a scartare il dettaglio, a ridurre la gamma cromatica poggiando l’idea solitamente sugli effetti luministici, in toni quasi metallici, come in una vicenda netta di ombre e luci atte a definire ed esaltare le forme . Luci defluenti e salienti, in genere frontali, libere dalla direzionalità della fisica, da ragioni naturalistiche; obbedienti solo al bisogno dell’evidenza formale. Sono questi i caratteri che hanno convinto ad aggiudicare a Xhomo il “Premio Italia”; compresenti come in una sintesi felice nell’opera premiata, dove l’azione di conflitto tra esseri bimorfi rimanda alle mitiche battaglie che decorarono un tempo metope, stele, tondi vascolari . Peculiarità che tornano a confermare e rimarcare l’aspetto dinamico spettacolare della fantasia di Xhomo, la sua energia creativa. Attestata anche dalla predilezione per i primi e primissimi piani, se è lecito adottare in tal caso termini di codice cinematografico. «Lo stile è la fisionomia della mente» scrive Schopenhauer. E una mente, una fantasia simile non ama certo il campo medio, la tranquillità creativa.

Elvio Natali
Articolo pubblicato dal giornale Eco d’Arte Moderna.