Le correnti che trascinano l’arte di Armando Xhomo sono molteplici, e come ci conferma la nota biografica, tutt’altro che lineari. C’è una marea possente di colore che invade le sue opere, colori violentemente mentali, innaturali, immaginati da dentro il corpo, in un luogo certamente più vicino alla viscera che all’esattezza retinica dello sguardo, tuttavia questa irrealtà che irrompe è quasi un trucco, un velo; sotto si agita il disegno, il grado zero dello sguardo di Xhomo, il disegno come pragmatica forza primordiale, il tratto originario che delimita, creando, il bianco dal nero, l’esserci dal non esserci. Il colore ha certo una sua psicologia; porta con sé il dolore dell’espressività, della spudoratezza romantica, anche quando i toni si assemblano senza narrazione, ma alla ricerca formale è sostituita l’esigenza del segno, il graffio asciutto sul nero che si dinamizza. È un esigenza urgente ma mai incontrollata; non appartiene ad Armando la retorica della “sregolatezza d’artista”, quel luogo comune che porta l’istintività ad essere riconosciuta solo attraverso un codice metastorico di regole da rompere formalmente, Xhomo ha invece il grande pregio di filtrare attraverso la ragione la grande polifonia del suo immaginario, quell’alfabeto impulsivo che grazie a ben selezionati ricordi accademici prende forma concretamente. Lascia il magma pre-linguistico dell’istinto e diventa parola. Questo è evidente soprattutto nei grandi soggetti che dominano alcune opere come i tori o le figure femminili ma anche in piccoli dettagli che solidificano, tematizzano l’impianto pittorico.
Allontanando l’occhio dai problemi della tecnica e della materia l’opera di Armando Xhomo assume tratti particolarmente malinconici, solo parzialmente sopiti dalla veemenza del segno: tori che s’incornano oppure sovrastati da pesanti macigni senza lasciare spazio a nessuna comunicatività, grattacieli come lapidi del sociale, ombre giacomettiane costrette a crescere sulla nuda pietra, donne sole dove anche un lieve erotismo viene raffreddato in una dimensione onirica e beffarda, o ancora più sintomatici quei veicoli in movimento che abbandonano l’entusiasmo meccanico futurista (seppur mantenendo una traccia in quel cubofuturismo evidente in diverse soluzioni) per diventare quasi il loro rovescio, bastioni metallici che solcano la sfera pubblica senza nessun sentimento ambientale, lasciando dietro di sé solamente una scia di incomunicabilità, di routine, di processi continuamente ripetuti, costringendo l’uomo a rincorrere la propria dimensione originaria. Un uomo che deve sottostare alla produzione esasperata di nuovi significanti che lo scavalcano, la caduta dal cielo dell’identità umana, che sembra un volo ma che in realtà abbandona la poesia davanti alla prosa dell’aeroplano che riesce invece, nella sua indifferenza artificiale, a mantenersi in quota. E così il treno che non accenna ad arrestarsi se non dietro gli ordini del semaforo o l’inconcepibile paesaggio metropolitano che non empatizza con le sofferenze della donna in primo piano, in un non-luogo dove neanche la forza primordiale di una croce rovesciata riesce a scuotere i tracciati battuti dell’esistenza contemporanea.
Un mondo talvolta cupo, dove la figurazione spesso “centralizza” l’opera, attira verso di sé, e non soltanto lo sguardo dell’osservatore ma anche i segni, i colori, la luce residua; non c’è scampo alla risoluzione del tema, il problema, che sia conoscibile o solo accennato o anche chiuso nell’ermetico (del resto l’arte non ha bisogno di spiegarsi per essere legittima) è tuttavia sempre presentato, non c’è modo di svincolarsi sul dettaglio, non è possibile farsi rassicurare da ulteriori piani linguistici, far cadere l’attenzione altrove. In questo senso l’arte di Xhomo è qualcosa di estremamente stringente ed immediato, un’urgenza chiarificatrice che, come già detto, prescindendo dall’interpretazione che lo spettatore ne fa, risulta un pregio che eccelle specialmente dove il quadro si asciuga, dove escludendo la prolissità delle zone periferiche diventa “grande centro”.
L’evidenza di un qualcosa di perduto, che sia la comunicazione, i rapporti ambientali di un modo di vivere la città ed il sociale ormai perduti o l’identità degli uomini, è una sottotraccia sempre ben presente nell’arte di Armando Xhomo che ad ogni modo non abbandona mai le forze ma piuttosto partecipa attivamente a questa resistenza: colori in opposizione, segni crudi ed emotivi, violenti sbocchi post-espressionisti, presenze marcate. E anche il gioco degli opposti si fa sintesi, visivamente basterà ricordare lo scarto tra i rossi vibranti mediterranei e i toni argentei e innaturali della tradizione atlantica di secondo
Novecento, e anche il disegno brilla di certi fecondi contrasti, ne sono un esempio le curate presenze antropomorfe su scenografiche futuriste, i tori in opposizione o più generalmente figure spesso vittima di grandi dualismi simbolici e simbolisti (le presenze umane e i loro alter-ego meccanici, le rocce infeconde e le abitazioni, persistenza di una difesa strenua dell’umanità).
Un artista che contempla il classico avanguardistico novecentesco e lo riunisce ad una contemporaneità garbata, tra ricordi scenici e bidimensionalità segniche, legato al disegno come atto formativo ma responsabilmente assorbito nell’espressione del colore. Attualizzando così temi sempre universali, semplificandoli fino ad assimilarne il ritmo, la narrazione, e infine chiarificando un’idea di pittura dentro sì ad una storia dell’arte che si guarda e si tributa ma soprattutto dentro ad una storia biografica che diventa centrale, non solo tematicamente (i soggetti che domina e i loro perchè) ma anche attorno ad un contesto più ampio, per così dire di ordine temporale; una precisa idea di passato e di futuro, i timori sociali dell’era post-spaziale o i timori stilistici dell’era post-avanguardista (continuare con la figurazione? Esaltare l’espressività?) che nell’opera di Xhomo possono essere visti indifferentemente da qualsiasi periodo di questo ventaglio cronologico, preoccupazioni sospese, verticali al tempo.

Paolo Berti